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ATENE 2004: UN FUTURO TUTT'ALTRO CHE ROSEO!
Dal
17 al 28 settembre scorso, si sono svolte le paraolimpiadi.
Alcune considerazioni personali...
Atene, una città bellissima con tutta la sua antichità,
ha accolto atleti disabili provenienti da 175 nazioni sparse
in tutto il mondo che hanno gareggiato con spirito agonistico
e si sono fronteggiate con orgoglio e volontà di arrivare
ad un traguardo, ovvero, conquistare una medaglia.
E' stata una cerimonia bellissima: i decori presentati all'apertura
delle Paraolimpiadi (il mare, l'albero della vita, l'abbattimento
di tutte le barriere architettoniche), insomma...tutto fantastico!
Ma la strada da percorrere è molto tortuosa,
vediamone i motivi: il nostro Paese, atleticamente parlando,
si trova al trentunesimo posto come preparazione e organizzazione
negli sport per portatori di handicap (lo determina la classifica
Atene-2004).
Ma arriveremo a Pechino-2008? E in che maniera?
Lo sport per disabili, almeno in Italia, ci sarà ancora?
E quali sport saremmo in grado di praticare?
Questi discorsi si sono già fatti e
ripetuti in apposite riunioni e in sontuosi convegni di categoria
(vedi, per esempio, le famose classificazioni dei disabili
t2, t51, ecc.., dove, con queste sigle, vengono determinati
i vari tipi di disabilità abbinati alla disciplina
sportiva).
Ma ora entriamo nei dettagli del nostro sport
che a noi più ci piace e quello di cui ci stiamo occupando:
sì, proprio l'equitazione.
Con sommo rammarico, mi duole constatare, (e credo di non
essere la sola), che ad Atene-2004, in rappresentanza dei
nostri colori, abbiamo portato un solo atleta impegnato nel
dressage che si è piazzato al decimo posto, Mauro Caredda,
della società Sportiva Sardegna (ci complimentiamo
con il nostro atleta).
La medaglia d'oro è stata vinta dallo svedese Person.
Come mai un solo atleta ad Atene-2004?
Probabilmente ci sono dei meccanismi di preparazione a questo
sport che non funzionano: proviamo a scavare un pochino e
vedere quali potrebbero essere i problemi.
Innanzitutto cercherò di inquadrare a grandi linee
la situazione nel territorio di mia competenza, ovvero la
città di Roma:
- riscontro che ci siano pochi allenatori disposti
a seguire un portatore di handicap, vedi ad esempio un disabile
visivo (figuriamoci con altri tipi di disabilità);
- di conseguenza pochi atleti che pratichino
questo sport; coloro che ci riescono sono solamente quelli
più tenaci e appassionati. Le persone che hanno dei
dubbi (vorrei ma non so, mi piacerebbe...), al primo ostacolo
si arrendono perché le strutture sportive non sono
preparate ad attrarre questi potenziali futuri atleti a tale
disciplina;
- credo che le associazioni di categoria preferiscano
dare più importanza a sport di categoria, (ad esempio
goalbal, torball), rischiando di ghettizzare le persone disabili
dal mondo sportivo.
Infine, persino gli enti pubblici faticano
a venire incontro alle nostre esigenze:
- il comune non è in grado di andare incontro a quelle
famiglie con figli disabili mettendo a disposizione buoni
taxi e/o pulmini perché quest'ultimi possano essere
accompagnati;
- le associazioni non hanno fondi sufficenti
per garantire un trasporto costante perché devono investire
le loro risorse verso quei soggetti bisognosi di assistenza:
vuoi per motivi di lavoro o per questioni di salute.
- e, per ultimo ma non di poca importanza,
alcuni genitori hanno paura, che i propri ragazzi, si possano
far male praticando questo tipo di disciplina.
Pertanto penso che manchi un più costante
e incisivo filo diretto tra enti pubblici e associazioni di
categoria.
Leggendo un'articolo nel "Corriere dei
Ciechi" (organo ufficiale dell'Unione Italiana Ciechi),
una professoressa di educazione fisica, di nome paola Talarico,
docente presso l'istituto Augusto Romagnoli, ha puntato il
dito proprio sul fatto che nella scuola publica non si pratica
sport e i non vedenti, senza giusta causa, vengono esonerati
dalle ore di educazione fisica.
Allora Questo Paese sarà destinato a
retrocedere ancora nella classifica se non si ricorrerà
al più presto ai ripari?
Noi alle Paraolimpiadi del 2008, così
facendo, parteciperemo solo con discipline tradizionali, forse,
portando a casa un medagliere ancora più scarno di
quest'anno.
Il trentunesimo posto può essere un
bilancio soddisfacente ma sono certa che se si lavorasse con
criterio si potrebbe fare ancora meglio!
Bisognerebbe insistere non su una sola disciplina, il dressage,
ma far diventare competitivo il salto ad ostacoli, apportando
magari alcuni accorgimenti ossia abbassare gli ostacoli saltando
al trotto.
Ci sarebbe una disciplina che si potrebbe far
praticare, soprattutto a quelle persone che hanno delle disabilità
psichiche: il workintrade, cioè girando intorno ad
un birillo, facendo quindi la serpentina.
Ma, come ho già detto, sono vecchi discorsi che io
non mi stancherò mai di ripetere e soprattutto di ricordare
agli organi preposti delle organizzazioni sportive per disabili.
Questo paese, ha fatto molto per quanto riguarda
lo sport per disabili ma c'è ancora moltissima strada
da fare se vogliamo risalire la classifica come abbiamo fatto
quattro anni fa e presentarci a Pechino-2008 più competitivi
che mai!!! I mezzi non mancano.
di Anticoli Debora
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