La “diversità oscura” ci dice molte cose sui paesaggi che abbiamo perduto, e su quelli che però potremmo ancora ricostruire

L’inventario delle assenze
Cosa la “diversità oscura” ci dice sui paesaggi che abbiamo perduto, e su quelli che possiamo ancora ricostruire.
Provate a immaginare un bosco. Non un bosco qualsiasi: un faggeto appenninico in tarda primavera, la luce che filtra a sciami, il sottobosco già verde. A occhio nudo, un ecologo direbbe che lì la vita prospera. Conterebbe le specie, le sommerebbe, le confronterebbe con altri boschi simili. È il gesto fondativo della scienza della biodiversità: contare ciò che c’è.
Per quarant’anni abbiamo creduto che fosse sufficiente.
Non lo è.
Nel 2011 tre ricercatori dell’Università di Tartu, in Estonia, hanno pubblicato un saggio breve che avrebbe cambiato il vocabolario dell’ecologia. Meelis Pärtel, Robert Szava-Kovats e Martin Zobel hanno coniato un’espressione apparentemente paradossale: dark diversity, diversità oscura. Non le specie che vediamo, ma quelle che dovrebbero esserci e non ci sono. Specie ecologicamente compatibili con un habitat, presenti nella regione, in grado di sopravvivere e riprodursi in quel preciso angolo di mondo, ma che da quel preciso angolo di mondo risultano assenti. Fantasmi misurabili. Lacune con un nome scientifico.
Il concetto sembra una raffinatezza per specialisti. È invece una rivoluzione metodologica. Per la prima volta abbiamo uno strumento per quantificare ciò che manca, non solo ciò che resta.
Il paper che ha cambiato la scala
Esattamente una anno fa, la rete internazionale DarkDivNet, coordinata sempre da Pärtel, ha pubblicato su Nature il primo studio globale costruito attorno a questa idea. Si intitola Global impoverishment of natural vegetation revealed by dark diversity. Oltre 250 scienziati, 5.500 plot vegetazionali, 119 aree di studio nei cinque continenti, quindici ricercatori italiani di nove università. Un’impresa coordinata senza finanziamento centrale, costruita sull’entusiasmo di chi ha capito che si stava misurando qualcosa di nuovo.
Il risultato è netto, e va letto due volte per coglierne la portata.
Nelle aree con elevato indice di impronta umana – urbanizzazione, agricoltura intensiva, infrastrutture, densità di popolazione – fino a quattro specie vegetali su cinque mancano dagli habitat in cui dovrebbero stare. Quattro su cinque. Non specie esotiche, non specie rare: specie ordinarie, attese, ecologicamente compatibili con quel preciso lembo di territorio. Assenti.
E qui arriva il dettaglio che dovrebbe finire in ogni discussione futura sulle aree protette: l’effetto negativo dell’impatto antropico si estende per centinaia di chilometri oltre il punto di disturbo. La riserva integrale non è più un’isola sufficiente. Il bosco apparentemente intatto, se circondato da una matrice profondamente alterata, perde silenziosamente la sua composizione potenziale. Non collassa. Si impoverisce per sottrazione lenta, specie dopo specie, senza fare rumore.
Lo studio aggiunge un dato che merita di essere ricordato a memoria: l’impatto negativo diventa meno pronunciato quando almeno un terzo della regione circostante rimane in condizioni vicine alla naturalità. È, in termini scientifici, la giustificazione della scelta politica del 30% di territorio protetto entro il 2030. Non un numero estratto da un cilindro diplomatico. Una soglia ecologica.

Cosa non ci dice il bosco
Torniamo per un istante al faggeto appenninico. L’inventario floristico tradizionale ci direbbe che è ricco. La dark diversity ci dice altro: ci dice quante orchidee spontanee, quante graminacee del piano montano, quante eriche, quante leguminose foraggere mancano rispetto a un faggeto comparabile in una matrice paesaggistica meglio conservata. Ci dice chi non è tornato dopo l’abbandono dell’alpeggio sovrastante. Chi non ricolonizza più i radi del bosco perché i radi non si aprono più. Chi non germina perché lo strato organico è cambiato dopo che le greggi non transitano più.
Qui il concetto di diversità oscura entra in collisione frontale con uno dei luoghi comuni più radicati nella vulgata ambientalista italiana: l’idea che il ritorno del bosco, ovunque e in ogni forma, sia un guadagno netto di biodiversità.
Non lo è.
Già nel 2020, Camilla Fløjgaard e i suoi colleghi avevano dimostrato che la dark diversity è massima negli habitat in cui l’eccesso di competizione interspecifica esclude le specie meno aggressive. Nei boschi tardo-successionali, in altre parole, mancano molte specie che potrebbero esserci. La conclusione operativa è meno citata di quanto meriterebbe: il disturbo intermedio – il pascolo, in particolare – facilita una ricchezza di specie più alta e una diversità oscura più bassa.
Tradotto: la presenza misurata del bestiame in regime semi-brado, delle greggi in monticazione, delle mandrie ai margini del bosco, va ripensata come una delle condizioni che mantengono quell’equilibrio nella sua composizione potenziale piena, non come aggiunta antropica a un equilibrio naturale già stabile.

La dark diversity che nessuno ha ancora misurato
A questo punto il salto va fatto, perché è il salto che la letteratura non ha ancora compiuto ma che qualcuno dovrà compiere presto.
Il concetto di Pärtel è stato applicato finora a piante vascolari, funghi, mammiferi selvatici, squali. Nessuno ha ancora pensato sistematicamente di applicarlo alla biodiversità zootecnica. Nessuno ha ancora chiesto: quante razze autoctone funzionalmente compatibili mancano da un determinato sistema agro-silvo-pastorale italiano? Quanti contesti di pascolamento, ecologicamente adatti al Cavallo Agricolo Italiano da Tiro Pesante Rapido, alla Pezzata Rossa d’Oropa, alla Sardo-Modicana, oggi non ospitano più questi animali, pur potendolo fare e pur avendoli ospitati fino a una generazione fa?
La dark diversity zootecnica esiste. È misurabile. È vasta.
E non è una metafora poetica: è una conseguenza diretta del modo in cui il concetto è costruito. Se la diversità oscura riguarda le specie compatibili e assenti, le razze autoctone domestiche – selezionate per migliaia di anni proprio in quei contesti, adattate a quegli inverni, a quei foraggi, a quelle pendenze – sono per definizione popolazioni ecologicamente compatibili con il territorio in cui si sono coevolute. La loro assenza non è un fatto neutro. È una sottrazione che lascia un’eco funzionale: niente più calpestio selettivo, niente più deiezioni distribuite, niente più dispersione di semi a pelo lungo, niente più pulizia delle radure, niente più pressione di pascolo sui virgulti delle specie dominanti.
E quando la specie funzionale assente è rimpiazzata da un vuoto – non da un’altra specie, ma da nulla – il sistema si semplifica. La dark diversity vegetale del bosco appenninico cresce. Le specie attese non tornano. Il paesaggio diventa una versione povera di sé stesso, con la chioma piena e il sottobosco vuoto.

L’inventario che dobbiamo costruire
La forza dell’idea di Pärtel non sta nei numeri spettacolari. Sta nel rovesciamento dello sguardo. Per quattro decenni la conservazione si è raccontata come difesa di ciò che resta. La dark diversity ci impone di pensarla come ricostruzione di ciò che manca. Non più solo conteggio del patrimonio residuo, ma misura del debito ecologico accumulato.
Per chi lavora sulle razze autoctone, questa è la cornice teorica più potente apparsa negli ultimi quindici anni. Permette di dire, con un linguaggio che la comunità ecologica riconosce, che la perdita di una popolazione zootecnica locale non è solo perdita di patrimonio genetico animale: è perdita di una funzione ecosistemica, e dunque di una porzione misurabile della biodiversità vegetale, fungina, microbica, entomologica di un territorio.
L’Europa ha già messo nella propria architettura normativa – dal Regolamento 2016/1012 sulla zootecnia alle linee della Nature Restoration Law – i mattoni che servono per integrare questa lettura. Manca, in larga parte, la volontà politica e culturale di farlo. Manca soprattutto la consapevolezza che le razze autoctone non sono memoria, ma infrastruttura. Non sono il passato di un paesaggio, ma una delle condizioni materiali della sua composizione futura.
Charles Elton, che nel 1958 scrisse il libro fondativo dell’ecologia delle invasioni, sosteneva che gli ecologi avrebbero dovuto imparare a leggere i paesaggi come si leggono i bilanci: con una colonna degli attivi e una dei passivi. Per quarant’anni abbiamo letto solo la prima colonna. La dark diversity ci dà finalmente la seconda.
Ed è lì, nel negativo, che si gioca la partita del prossimo decennio.













