Ci sono settimane in cui le notizie sembrano scollegate fra loro, e settimane in cui invece formano una frase compiuta. Questa appartiene alla seconda categoria. Tre notizie, in pochi giorni, che vale la pena leggere una accanto all’altra: l’anticipo dell’Overshoot Day italiano, uno studio sul declino silenzioso delle foreste, e l’approvazione definitiva del decreto che porta in Italia il Nature Restoration Regulation.

Le ho rilette tutte e tre con la stessa lente che usiamo qui ogni settimana, quella della biodiversità funzionale e del lavoro che la mantiene viva. Provo a rimetterle in fila.
Centoventitré giorni, tre giorni in meno
Il 3 maggio 2026, secondo il Global Footprint Network e il WWF, l’Italia ha raggiunto il suo Country Overshoot Day. Significa che, se l’intera umanità consumasse come noi, in poco più di quattro mesi avrebbe già esaurito le risorse che il pianeta è in grado di rigenerare in un anno. Servirebbero quasi tre Terre. Centoventitré giorni di budget ecologico, e poi debito.
Il dato che colpisce di più non è in valore assoluto: è il delta. Nel 2025 la soglia era caduta il 6 maggio. Quest’anno tre giorni prima. Non è una piccola oscillazione statistica: è una traiettoria che si è spostata nella direzione sbagliata, mentre tutto il dibattito pubblico si raccontava il contrario.

C’è poi un secondo numero, meno noto e più severo. Il 19 marzo 2026 l’Italia ha superato il proprio Country Deficit Day, cioè il giorno in cui la domanda dei residenti supera la biocapacità prodotta entro i confini nazionali. Il capitale naturale interno copre solo il ventuno per cento della nostra domanda. Per il resto importiamo biocapacità da altri ecosistemi, da altri Paesi, da altri continenti.
Ed è qui che vorrei insistere su un punto che spesso resta fuori dalle analisi: la biocapacità interna non è solo una questione di superfici protette o di parchi nazionali. È una questione di suoli che funzionano. Pascoli che producono biomassa, prati da sfalcio che rigenerano sostanza organica, boschi gestiti che fissano carbonio senza chiudersi su sé stessi, agroecosistemi che mantengono fertilità. Quando questi sistemi si abbandonano, la bio-capacità interna si riduce. Non in vent’anni: ora.

Le foreste perdono specie. E lo dicono i Carabinieri Forestali
Il 4 maggio 2026, mentre i giornali raccontavano l’Overshoot Day, è uscito sui media italiani il rilancio di uno studio pubblicato su NPJ Biodiversity (gruppo Nature) e coordinato dalla dottoressa Maura Francioni e dal professor Stefano Chelli dell’Università di Camerino, con il contributo delle Università di Firenze e Genova, del CREA e di Terra Data Environmetrics.
La fonte dei dati è una delle infrastrutture meno raccontate del nostro Paese: la rete CON.ECO.FOR (Controllo degli Ecosistemi Forestali), gestita dal Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari dei Carabinieri. Trentuno aree forestali permanenti, monitorate da oltre venticinque anni. Una serie storica vera, che permette di distinguere il rumore dalle tendenze di fondo.
La tendenza di fondo è negativa. Il numero di specie vegetali nel sottobosco si è ridotto in modo significativo, soprattutto nelle foreste alpine di conifere e nelle foreste temperate decidue, faggete e querceti in particolare. Le leccete mediterranee, sempreverdi, mostrano invece una maggiore stabilità.
Le cause individuate sono due, e qui chiedo attenzione perché è il punto editoriale più importante di questa newsletter.
La prima causa è la chiusura della chioma. La densità degli alberi è aumentata, riducendo la luce che raggiunge il suolo, e con la luce sono scomparse molte specie del sottobosco che hanno bisogno di radure, margini, varchi. Lo studio attribuisce questo aumento di densità a un fattore preciso: la riduzione delle attività selvicolturali del passato.
La seconda causa è il clima: siccità prolungate, ondate di calore, precipitazioni irregolari.
Tradotto: le nostre foreste stanno perdendo biodiversità non solo per il riscaldamento globale, ma anche perché abbiamo smesso di lavorarle. La gestione forestale tradizionale, lo sfalcio dei sottoboschi, il pascolo in bosco, le ceduazioni a turno, l’uso del legname locale: tutto questo creava il mosaico di luce che molte specie richiedono per esistere. L’abbandono di quelle pratiche, raccontato per decenni come “natura che si riprende il suo spazio”, produce in realtà popolamenti chiusi, monotoni, poveri.
È esattamente la stessa lente che ho usato la settimana scorsa parlando dello studio sulla Valle del Pesio. Lì erano i pascoli che diventavano bosco. Qui sono i boschi che diventano impenetrabili. Diversa la scala, identico il meccanismo.

Il decreto è arrivato. Adesso conta come si scrive il Piano.
Il 3 aprile 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato in esame definitivo il decreto legislativo che adegua la normativa italiana al Regolamento UE 2024/1991, attuativo della Strategia europea per la biodiversità al 2030. È il pezzo che mancava, il binario nazionale del Nature Restoration Regulation.
Cosa prevede in pratica. Individua due autorità nazionali di coordinamento, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (MASAF). Stabilisce la procedura per la predisposizione, l’adozione e la revisione del Piano nazionale di ripristino. Distribuisce le responsabilità attuative tra Regioni, Province autonome, enti gestori delle aree protette, Autorità di bacino, Comuni e Città metropolitane. Istituisce un Tavolo interministeriale presso il MASE.
La cornice è in piedi. Il punto adesso è il contenuto.
Perché un Piano nazionale di ripristino può essere scritto in due modi profondamente diversi. Si può scrivere come un piano di riforestazione, in cui ripristinare significa piantare alberi, lasciar chiudere le chiome, contare gli ettari. Oppure si può scrivere come un piano di mosaico funzionale, in cui ripristinare significa rimettere in attività i sistemi agrosilvopastorali che hanno costruito la biodiversità europea per millenni: pascoli vivi, prati da sfalcio, boschi gestiti, allevatori sul territorio, razze autoctone come operatori ecologici.
I dati di CON.ECO.FOR ci dicono qual è la scrittura giusta. Le faggete chiuse perdono specie. Le foreste alpine di conifere chiuse perdono specie. Il rimedio non è “più foresta”: è foresta gestita, alternata a sistemi aperti, mantenuta dal lavoro di chi sta sui crinali.
E qui torna il dato dell’Overshoot Day. Una biocapacità interna che copre solo il ventuno per cento della domanda non si recupera con interventi cosmetici. Si recupera mantenendo in attività i suoli che producono biomassa, regolano il ciclo dell’acqua, fissano carbonio nel modo in cui solo un mosaico vivo riesce a fare. Le razze da tiro che pascolano in quota, la pecora Sopravissana su un crinale appenninico, l’asino di Martina Franca che fa parte del paesaggio in Puglia, sono tutti operatori di biocapacità. Non solo simboli culturali, ma infrastruttura.

Cammina con noi, e impara a leggere il bosco
Tre notizie, una direzione. La buona notizia è che la cornice normativa adesso esiste e che, se sapremo riempirla, avremo strumenti veri per invertire la tendenza. La notizia meno buona è che la finestra di tempo è strettissima, e che la perdita di biodiversità nei nostri boschi sta avvenendo nello stesso intervallo in cui scriviamo i piani per fermarla.
Per questo, anche questa settimana, ti invito a fare un passo concreto.
Scopri la Biodiversità con noi. Nel Centro Studi per la Biodiversità stiamo costruendo un calendario di itinerari sul campo, in Abruzzo (come nel resto d’Italia)e oltre, in piccoli gruppi e con un passo ben definito. Non sono mere escursioni naturalistiche: sono letture di paesaggio guidate da chi conosce le razze, i pascoli, i pastori, i boschi gestiti e quelli abbandonati. Imparerai a riconoscere, sotto i piedi e attorno agli occhi, la differenza tra una chioma chiusa e una radura mantenuta. Tra un pascolo in attività e un’alpe in transizione. Tra un sottobosco vivo e un sottobosco ammutolito.
Per scoprire la prossima data: scrivi alla nostra email savethebiodiversity.it@gmail.com oppure contattaci dal sito di SAVETHEBIODIVERSITY: ti risponderemo direttamente, e ti aiuteremo a scegliere l’itinerario in base a cosa ti interessa vedere e capire.
I decreti li scrivono in pochi. Il ripristino lo scriviamo in molti, anche solo imparando a riconoscere ciò che stiamo perdendo.

Le fonti di questa puntata
- Overshoot Day 2026, La Repubblica Green&Blue, 4 maggio 2026; rilanci di LaPresse, ANSA, Il Fatto Quotidiano e Quifinanza, 4 maggio 2026; dati Global Footprint Network e WWF
- Biodiversità in calo nelle foreste italiane: l’allarme in uno studio con dati dei Carabinieri Forestali, ENPA, 4 maggio 2026; studio originale Francioni, Chelli et al., NPJ Biodiversity (Nature group), rete CON.ECO.FOR / CUFAA, progetti LIFE MODERn(NEC) e PRIN MultiForDiv
- Consiglio dei Ministri del 3 aprile 2026, Dipartimento per gli Affari Europei, Presidenza del Consiglio, decreto legislativo di attuazione del Regolamento UE 2024/1991
- B. Pagni, Come restaurare la biodiversità in Italia, Biodiversity Data Journalism, luglio 2025; report NBFC Il restauro della biodiversità: esperienze e innovazioni della ricerca
























































